La chiusura dello Stretto di Hormuz non sta colpendo solo petrolio e gas, ma sta iniziando a bloccare anche i cantieri in tutto il mondo, con ritardi nelle consegne, impennata dei prezzi dei materiali e progetti edilizi sospesi. Nel frattempo, il mercato continua a guardare con preoccupazione alla crisi energetica globale. L’Agenzia internazionale dell’energia ha avvertito che le scorte petrolifere mondiali stanno diminuendo a ritmi record, aumentando il rischio di ulteriori shock sui prezzi nei prossimi mesi se le tensioni nel Golfo dovessero continuare.
Secondo un’analisi del Financial Times, il settore delle costruzioni, che vale circa il 13% del Pil globale, sta subendo pesanti contraccolpi a causa dell’aumento dei costi dei prodotti derivati dal petrolio e delle difficoltà logistiche legate alle rotte energetiche del Golfo.
Tra i materiali più colpiti ci sono pvc, asfalto, vernici, isolanti, plastiche e sistemi di ventilazione, tutti prodotti fortemente dipendenti dal petrolio. Parallelamente, l’aumento dei prezzi energetici sta facendo lievitare anche i costi di acciaio, cemento, ceramica e mattoni.
In Giappone, Masatomi Maeda, presidente della società edilizia Maeda Housing di Hiroshima, ha dichiarato al quotidiano britannico che circa un quarto dei progetti dell’azienda è già in ritardo perché i fornitori non riescono più a garantire tempi di consegna per componenti essenziali come tubature in pvc, materiali isolanti e bagni prefabbricati.
“Basta che manchi un singolo pezzo per fermare un intero progetto”, spiegano molte aziende del settore. Secondo Maeda, la situazione potrebbe creare gravi problemi di liquidità alle imprese: “Se spariscono due mesi di fatturato, alcune aziende rischiano di non avere capitale sufficiente per andare avanti”.
L’impatto si sta estendendo rapidamente anche ad altri mercati. In India, il gruppo immobiliare Lodha Developers ha segnalato un aumento dei costi di costruzione del 5% dall’inizio della guerra.
In Australia, invece, la crisi rischia di compromettere il piano del governo per costruire 1,2 milioni di nuove abitazioni entro il 2029. Alcuni sviluppatori stimano che i rincari potrebbero aggiungere fino a 50 mila dollari australiani al costo di una nuova casa.
La società australiana Reece, uno dei maggiori fornitori di impianti idraulici del Paese, ha già avvertito i clienti che trasferirà parte degli aumenti sui prezzi finali. Le tubature in polietilene ad alta densità usate nelle infrastrutture civili potrebbero aumentare del 36%, mentre i tubi in pvc per uso residenziale del 28,5%.
Anche il Regno Unito registra forti segnali di rallentamento. L’ultimo Purchasing Managers’ Index del settore costruzioni ha mostrato il calo più marcato degli ultimi cinque mesi, mentre i costi degli input sono aumentati ai ritmi più elevati degli ultimi trent’anni, escluso il periodo pandemico.
Secondo Noble Francis della Construction Products Association, alcune imprese britanniche hanno già ricevuto comunicazioni su aumenti dei prezzi compresi tra il 10% e il 30% nei prossimi mesi. L’associazione prevede anche un aumento delle insolvenze tra i contractor nel corso del prossimo anno.
Il rincaro dei materiali da costruzione legato alla crisi di Hormuz sta colpendo anche l’Europa. Già alla fine di aprile, la FIEC, la federazione europea delle imprese di costruzione, avvertiva di un generale rincaro dei materiali, con pressioni su diesel, bitume, prodotti petrolchimici e materiali ad alta intensità energetica. Dando conto di un sondaggio tra i suoi soci, FIEC descriveva un quadro disomogeneo, sottolineando da un lato difficoltà operative non ancora visibili sul campo e allo stesso tempo tensioni di approvvigionamento o gravi pressioni logistiche. Secondo il sondaggio, ormai di un mese fa, FIEC sottolineava il rischio per il settore di passare da uno shock dei costi a una più ampia interruzione operativa, con implicazioni dirette per l’edilizia abitativa, le infrastrutture e la più ampia transizione europea.

